domenica 20 marzo 2011

Assemblea INDECOROSE E LIBERE - mercoledì 23/03 ore 17.30 - Facoltà di Lettere - Università Sapienza

A TUTTE LE INDECOROSE E LIBERE!
DONNE, STUDENTESSE, LAVORATRICI, PRECARIE, LESBICHE!

In questi ultimi mesi ci siamo riprese i nostri spazi, le piazze e la parola nel dibattito pubblico; abbiamo urlato il nostro dissenso verso le politiche razziste e securitarie che strumentalizzano i nostri corpi; abbiamo ribadito con forza che la nostra sicurezza non è garantita dai militari nelle strade o dalle telecamere; abbiamo denunciato questo governo per le politiche familiste eterosessiste e discriminatorie portate avanti negli ultimi anni; abbiamo espresso la voglia di parlarci e discutere, rivendicare autodeterminazione per tutte, libertà di scelta per tutte, un nuovo modello di welfare che si basi sui reali e pressanti bisogni delle donne.
   
C'è bisogno di forti prese di parola su temi come il lavoro, i servizi, la mercificazione e la violenza fisica, politica e culturale che le donne subiscono ogni giorno.
   
L'assemblea di mercoledì sarà l'occasione per aprire uno spazio di discussione, dibattito e ripresa di parola e di azione delle donne, come abbiamo fatto nelle strade e nelle piazze, il 13 febbraio a Montecitorio e l'8 marzo con il Corteo Notturno. In queste giornate abbiamo riaperto uno spazio di discussione necessario nella nostra città e nel nostro paese, che  si contrapponeva alle rapide strumentalizzazioni favorite da ogni parte politica su stupri e violenze sulle donne, questioni che riguardano noi e sulle quali vogliamo esprimerci noi, per prime!
   
Autodeterminarci coinvolge tutte. Tutte e tante.

Stanche di essere sempre indisposte e mai soddisfatte, lottiamo tutto l'anno!! :)
   
Siete tutte e tutti invitat* a partecipare all'

ASSEMBLEA CITTADINA
MERCOLEDì 23 MARZO
AULA I, FACOLTA' DI LETTERE
UNIVERSITA' SAPIENZA
ORE 17.30
   
per portare nuove riflessioni sul percorso, nuovi desideri da realizzare, per rivendicare libertà di scelta e autodeterminazione per tutte, per reclamare nuovi diritti e welfare, per boicottare la paura e le parate bipartisan.
   
PERCHE' LA VIOLENZA SULLE DONNE NON E' UN PROBLEMA DI ETNIA, MA UNA QUESTIONE CULTURALE E POLITICA!

 
info: riprendiamociconsultori.noblogs.org

martedì 1 marzo 2011

Riprendiamoci le nostre vite ...INDECOROSE E LIBERE!

LOTTO TUTTO L'ANNO

L'OTTO M'ARZO E M'ARIVORTO!

INDECOROSE E LIBERE!

Siete tutte invitate al corteo carnevalesco per le strade del centro di Roma

per reclamare diritti e nuovo welfare,

riprenderci le piazze e i nostri desideri,

boicottare la paura e le parate bipartisan!

...mettete qualcosa di rosso! 

L'OTTO TUTTO L'ANNO

Riprendiamoci le nostre vite indecorose e libere!

Negli ultimi mesi un’energia nuova e dirompente è emersa dalle mobilitazioni delle università e dei precari, dalla resistenza degli operai e dei migranti, fino a giungere alle ribellioni dell’Egitto e delle coste del Mediterraneo.

E’ un grido di rivolta che denuncia un sistema sociale ingiusto e si rifiuta di pagarne i costi.
   
 Il 13 febbraio scorso noi donne ci siamo opposte alle politiche che soffocano le nostre vite e che hanno portato al progressivo restringimento dei nostri diritti e dei nostri spazi di libertà. Abbiamo attraversato piazza del Popolo, invaso le strade di Roma e ci siamo spinte fino a Montecitorio per “restituire al mittente” le leggi contro le donne approvate negli ultimi anni dai governi sia di centrodestra che di centrosinistra: le dimissioni in bianco, il collegato lavoro, la legge 40 sulla procreazione assistita, l’innalzamento dell’età pensionabile, il pacchetto sicurezza e tante altre.
    
Anche l’8 marzo vogliamo riportare in piazza la stessa voce e, con lo stesso linguaggio impetuoso, rimettere al centro la questione della redistribuzione delle ricchezze: tra chi fa i profitti e chi sta pagando questa crisi, tra chi possiede palazzi e chi non ha casa, tra chi si giova di stipendi milionari e chi non ha un lavoro.
    
Vogliamo contestare chi mette in discussione la nostra autodeterminazione saturando le strutture pubbliche di obiettori di coscienza, limitando la diffusione della pillola RU486 o sostenendo la privatizzazione delle strutture sanitarie come i consultori (vedi la proposta di legge Tarzia per la regione Lazio), luoghi che noi invece vorremmo reinventare partendo dai nostri attuali bisogni.
    
Vogliamo ribellarci a una cultura e a un immaginario usati per controllare e disciplinare i nostri corpi e la nostra sessualità. Dal lavoro alla sanità, infatti, l’unico ruolo legittimato per le donne è quello di moglie e madre. Eppure spesso nel momento dell’assunzione ci vengono fatti firmare fogli di “dimissioni in bianco” che il datore di lavoro potrà tirar fuori nel momento in cui dovessimo dichiarare di essere incinte.
    
Viviamo nel Paese della doppia morale, dove l’unico modello accettato e promosso è la famiglia eterosessuale, quella stessa famiglia in cui, come le statistiche ufficiali ci raccontano, avvengono la maggior parte delle violenze sulle donne attuate da mariti, compagni e padri. E’ anche per questo che rifiutiamo la precarietà: perché ci obbliga a dipendere economicamente e culturalmente da un modello relazionale che ci impedisce di poter scegliere dove, come, quando e con chi essere o NON essere madri.
    
Eppure la stessa retorica familista che dichiara di promuovere e sostenere la genitorialità, di fatto ne ostacola la possibilità a lesbiche, single, gay, trans e a tutti quei soggetti che sfuggono alla norma eterosessuale e cattolica.

Ed è sempre la stessa logica che da un lato stigmatizza e criminalizza le sex workers attraverso pacchetto sicurezza e campagne moraliste e sul “decoro”, e dall’altro ne fa un uso “spettacolarizzato” e strumentale al piacere maschile diffuso all'interno dei Palazzi del potere, ma non solo.
    
L’8 marzo scenderemo in piazza anche per smascherare le politiche razziste di questo governo che sfrutta il lavoro di cura svolto per la maggior parte da donne migranti e contemporaneamente le trasforma in “pericolose” protagoniste dell'“emergenza immigrati” oppure le priva della libertà e le rende vittime di violenze nei CIE.
    
Per tutte queste ragioni saremo in piazza l’8 marzo, per rivendicare diritti e libertà, perchè i nostri desideri non hanno né famiglia né nazione, noi non siamo “italiane per-bene": siamo precarie, studentesse, lesbiche, trans, siamo donne che rifiutano il modello di welfare familistico, nazionalista, cattolico ed eterosessista.
   
Vogliamo riappropriarci delle nostre voci e dei nostri corpi e anche delle strade, della notte e delle nostre relazioni: rivendichiamo diritti, welfare e autodeterminazione.
 
Siamo tutte DONNE in CARNEvale e OSSA!!
L'otto... m'arzo e m'arrivolto!
    
CORTEO NOTTURNO - MARTEDì 8 MARZO 2011
Partenza ORE 18 - Bocca della verità - Roma

    
Centro Donna Lisa, Donnedasud, Infosex-Esc, le Facinorosse, le Malefiche, la Meladieva, le Ribellule, Lucha y Siesta Action-A, SuiGeneris

 
www.riprendiamociconsultori.noblogs.org/
Per info : lottotuttolanno@gmail.com
 
 

giovedì 17 febbraio 2011

ASSALTO AL CIELO... E A MONTECITORIO!

Editoriale di analisi della manifestazione del 13 febbraio a Roma – a cura del collettivo di studentesse LeMalefiche

La giornata del 13 febbraio – per noi studentesse che abbiamo vissuto il movimento nelle università e che costruiamo ogni giorno i nostri collettivi di genere in facoltà - è stata molto di più di quello che doveva essere secondo l'appello che la lanciava.
   
È stata di più di un giorno in cui dire “se non ora quando?” per stanchezza o frustrazione.
   
È stata molto di più anche di quello che ci aspettavamo: non solo l'invasione di piazza del Popolo, non solo un riprendere la parola per dirci indignate.
     

Il nostro 13 febbraio è cominciato all'una in punto a piazza Barberini, dove alcune donne si sono date appuntamento, in un centro di Roma semi addormentato, popolato solo da qualche turista per caso.
   
È cominciato quando sono iniziati a spuntare pacchi regalo, portati uno ad uno da più donne che si sono unite insieme: studentesse, migranti, precarie, mamme, bimbe, sex workers, lesbiche. Donne che si sono dirette sotto il ministero delle Politiche Sociali e del Welfare per restituire al mittente i "pacchi" che in questi anni il governo e la politica in generale hanno loro rifilato: l'obiezione di coscienza contro la RU486, la legge regionale

Tarzia, la Legge 40, il pacchetto sicurezza, l'aumento dell'età pensionabile, la proposta di legge Carfagna sulla prostituzione.
   
Leggi e abitudini di un paese moralista e religioso, ma anche alcune consuetudini: la tipica domanda che ci viene rivolta quando facciamo un colloquio è: “ma lei, signorina, vuole mettere su famiglia?”; ci fanno firmare lettere di dimissioni in bianco quando veniamo assunte, cosicché i nostri datori di lavoro possano “tutelarsi” (nel caso dovessimo rimanere incinte, stare male o avere da badare a qualche parente bisognoso di cui lo Stato non si occupa scaricando così su di noi - da sempre, ma speriamo non per sempre - tutto il lavoro di cura).
   
È così, rispedendo al mittente tutti questi pacchi, che abbiamo deciso di iniziare una giornata che volevamo costruire passo dopo passo secondo le nostre esigenze e attraverso un percorso partecipato.
   
Durante il corteo siamo state estremamente comunicative, con il volantinaggio delle carte, i cartelli, i nostri corpi, e i nostri sorrisi. Ma anche decise nel chiedere a gran voce lo sciopero generale: arrivate a Piazza del Popolo siamo state seguite da molte e sostenute nella richiesta.
   
Un coro che chiedeva dal basso a Susanna Camusso sul palco, di non sostenere le donne solo a parole nelle grandi giornate di mobilitazione, ma anche nel lavoro di tutti i giorni, quando la Cgil firma accordi che i diritti delle donne lavoratrici li distruggono, cedendo alla contrattazione invece di essere un sindacato di lotta.
   
Abbiamo intonato quel coro, insieme a tanti altri.
   
"Siamo tutte egiziane", "Né puttane né madonne siamo tante donne", "Non ci piace la legge che vuoi te, Olimpia Tarzia vattene", "Noi andiamo dove ci pare", "Non ci piace il governo che fai te, Berlusca vattene", "Berlusconi come Mubarak", "10 100 1000 masturbazioni", cori vecchi e nuovi, già sentiti o meno, ma che il 13 sembravano più forti, consapevoli.
   
Eravamo lontane da quella piazza tanto grande da non contenerci tutte, ma che ha rappresentato la voglia delle donne di uscire, di parlarsi e gurdarsi, sconosciute nella stessa strada, ascoltarsi, e sentirsi importanti, parte di un ragionamento che, bene o male, ha cercato di allargarsi per raggiungere tutte. Il nostro corteo è stato capace di dialogare, moltissimo al suo interno e ancora di più fuori, e questa è una pratica femminista che nessuno potrà mai toglierci.
   
Ma è stato quando già quella giornata ci aveva dato tanto che a piazza Colonna abbiamo dato vita ad un atto liberatorio degno della grandezza della giornata: dopo un accerchiamento perfetto, ci siamo sciolte in una corsa e in un urlo di sfogo verso tutto e tutti... le donne con ostinazione e risate si sono riprese una piazza  erennemente deserta, attraversata solo da quei fantasmi che popolano il nostro parlamento.
  
Siamo corse urlando il nostro dissenso nei confronti di un premier, un governo e una cultura che da anni fanno della donna ciò che vogliono: ne attaccano i diritti fondamentali, le libertà di scelta e i pochi servizi, la sfruttano e sottopagano nel mondo del lavoro, veicolano massaggi sessisti e di subordinazione dell'una all'altro in qualsiasi ambito, familiare, di studio, sociale, in tv, ne sfruttano il corpo per strumentalizzarlo prima e farne uso e consumo poi. Averlo fatto in quella giornata significa averlo fatto TUTTE, e non solo le poche che giornalmente hanno la possibilità di costruire un percorso di autorganizzazione ed emancipazione.
  
Solo dai video è possibile – forse - intuire il panico misto godimento che abbiamo espresso in quei momenti, entrando a piazza Colonna e andando oltre.
   
Ci volevano le donne per occupare Montecitorio.
   
La piazza richiedeva all'unanimità una sola cosa: dimissioni del governo!   
Ma la radicalità nell'arrivare sotto il Parlamento è stata contraddistinta dalla voglia di mandare a casa il governo Berlusconi non per sdegno morale, ma per la rabbia e la ferma opposizione alle politiche che questo governo sta portando avanti.

Le donne vogliono che il governo cada non perché sono indignate per le notti di Arcore, non perché i giudici finalmente hanno incriminato Berlusconi. Le donne chiedono le dimissioni del governo perché sono stanche di vedere i loro diritti e le loro libertà affossate.  
E per questo hanno scelto di scendere in piazza non da sole, ma con tutti coloro – anche uomini – che a quelle politiche vogliono ribellarsi.

Forse la giornata del 13 qualcosa ha segnato davvero... ci siamo rivendicate i nostri corpi! I nostri desideri! La nostra rabbia!
   
Molte delle donne che in quella giornata hanno manifestato sono scese in piazza per un'esigenza, una mal di pancia. Per voglia e bisogno.
   
Tante, tantissime, belle, rock&roll e LIBERATE.   

E al loro fianco hanno cercato tutte le lotte sociali che sono vive in questo paese.  

Abbiamo partecipato al movimento studentesco in autunno, abbiamo lavorato alla campagna per la ripubblicizzazione dell'acqua, abbiamo cercato di costruire rapporti con i lavoratori e le lavoratrici in lotta in questo paese, i soggetti LGBITQ, le migranti e i migranti. Ci impegnamo a far sì che queste realtà in rivolta riescano a parlarsi per riprendersi il presente e costruire il futuro.

Forse finalmente è arrivata l'ora di fare come in Egitto: le donne, come gli studenti e le studentesse, hanno mostrato di essere pronte.
Ora ci chiediamo se anche le altre lotte sociali ci stanno a mandare a casa questo governo... se non ora, quando?

   

LeMalefiche – collettivo di studentesse

lunedì 7 febbraio 2011

INDECOROSE E LIBERE! Appello verso la manifestazione del 13 febbraio

In questa fase di profonda crisi, politica ed economica, il tema della sessualità assume una nuova centralità; in questo contesto il ruolo delle donne viene nuovamente determinato e strumentalizzato da dinamiche di potere e ordini discorsivi ideologici e tradizionalisti.
   
Sicuramente da tempo c'è bisogno di una mobilitazione di donne contro il governo e il suo premier e non di certo solo per gli scandali sessuali. Le donne italiane si collocano tra gli ultimi posti in Europa per libertà e condizioni di vita, soprattutto in un quadro in cui il governo combina l'adesione incondizionata all'integralismo cattolico con quella ai dogmi del liberalismo sfrenato.
       
La direzione politica di Berlusconi è stata artefice feroci leggi che agiscono sul corpo delle donne, vittimizzandolo e stigmatizzandolo: la 40 sulla fecondazione assistita, l’abrogazione della legge contro la pratica delle dimissioni in bianco, che consente il licenziamento delle lavoratrici in gravidanza, l’aumento dell’età pensionabile sono solo alcuni esempi eclatanti delle politiche messe in campo dal Governo.
       
A questi si aggiungono i ripetuti attacchi alla legge sull'aborto; la dequalificazione e privatizzazione delle strutture sanitarie come, ad esempio, i consultori (vedi la proposta di legge Tarzia per la regione Lazio), l’ostracismo contro la diffusione della pillola RU486. Tutto questo in un paese che disinveste completamente sui giovani e sul futuro, tagliando i finanziamenti all’università e precarizzando selvaggiamente il lavoro. Donne e migranti sono i soggetti che subiscono le maggiori conseguenze di questo sistema politico, vedendo negate le garanzie fondamentali ad un’esistenza libera e dignitosa. Non da ultimo, l’istituzione dei CIE, veri e propri Lager, in cui le donne sono costantemente esposte alla violenza e all'arbitrio.
       
Gli scandali degli ultimi mesi che hanno avuto al centro la condotta sessuale del presidente del Consiglio fanno emergere un quadro di relazioni torbide e corrotte, in cui il ruolo della donna viene relegato ai peggiori sterotipi espressione di un sessismo arcaico e volgare.
       
D’altra parte, gli appelli che in questi ultimi giorni hanno chiamato a manifestare si rivolgono alle donne “per bene”, madri, mogli e lavoratrici, assumendo di fatto come prospettiva la separazione tra donne rispettabili e non rispettabili, invocando la difesa di una moralità univoca e astratta. Il rischio in cui incorrono queste posizioni è di colpire e stigmatizzare indiscriminatamente chi "vende il proprio corpo", ma non i discorsi e le pratiche sessiste responsabili della dinamica complessiva. Invece di opporsi realmente ad una certa idea retrograda e tradizionale della sessualità, non fanno che riproporne, in modo simmetrico, i contenuti.
       
Crediamo invece che i nodi politici da rimettere al centro siano di tutt’altra natura. Centrale è la questione della redistribuzione delle ricchezze tra chi fa i profitti e chi sta pagando questa crisi, tra chi possiede palazzi e chi non ha casa, tra chi si giova di stipendi milionari e chi non ha un lavoro.
       
Ma crediamo soprattutto che sia giunto il momento che le donne prendano in prima persona parola ed esprimano la propria posizione su temi che le coinvolgono direttamente. Da tempo la sessualità delle donne viene controllata e disciplinata, ricondotta alla mera riproduzione e all’uso del piacere maschile, in un quadro ambiguo in cui se da un lato le prostitute vengono criminalizzate ed emarginate dalla società attraverso i pacchetti sicurezza e le campagne moraliste, dall’altro, nei palazzi politici, se ne fa uso e consumo.
       
E' significativo che il momento di maggiore difficoltà del governo Berlusconi sia prodotto da una questione di rapporti sociali che hanno al centro la questione di genere. Questa volta sarebbe davvero una straordinaria occasione per suscitare una rivolta delle donne, che affermi l'importanza di una sessualità libera e consapevole svincolata dalla mercificazione e dalle norme imposte, in cui decisivi siano il riconoscimento dei desideri, la liberazione dagli stereotipi, e l'esercizio dell'autodeterminazione.
       
E’ con questo sentimento che attraverseremo la giornata del 13, perché pensiamo che sia imprescindibile una presa di parola pubblica e determinata da parte di tutte, per costruire un nuovo immaginario che affermi di nuovo la vera libertà delle donne.
       
            Ci vogliono addomesticate… NOI SAREMO INDISPONIBILI E RIBELLI!
       
centrodonnal.i.s.a., donnedasud, infosex-esc, lefacinorosse, lemalefiche, lameladieva, leribellule, luchaysiesta

mercoledì 26 gennaio 2011

SISTERS ARE DOIN' IT FOR THEMSELVES (TOO) - PERCHÉ SCENDERE IN PIAZZA IL 28 GENNAIO

editoriale a cura del collettivo LeMalefiche - Roma

Siamo parte di quel movimento che negli ultimi mesi è sceso in piazza contro la riforma Gelmini e contro l'ultimo attacco al diritto allo studio; siamo parte di una generazione che si sta ribellando, cosciente di non avere futuro.
 
La rabbia sociale che si è diffusa in questi mesi, esplosa il 14 dicembre nelle piazze, è testimonianza di una forte consapevolezza. Racconta della decisione di quella stessa generazione in rivolta di non restare inerme davanti ai continui attacchi ai diritti fondamentali, come l'università pubblica, la salute e il lavoro, e all'offensiva ugualmente violenta ai beni comuni, come le risorse ambientali e il territorio, da parte della politica istituzionale, in nome della crisi economica.

Come studentesse respingiamo con forza la riforma Gelmini che, insieme ai tagli imposti dall'ultima finanziaria, segna la fine dell'università pubblica. Tra i tanti criticabili provvedimenti, denunciamo come la riduzione del numero di ricercatori e ricercatrici comporti un sempre minor accesso delle donne alla carriera universitaria: le donne, pur rappresentando oggi il 58% dei laureati, hanno percentuali sempre più basse di occupazione quando si analizzano i gradi più alti della formazione e del curriculum accademico (ricercatrici 40%, prof.sse associate 32%, prof.sse ordinarie 14% e sono soltanto 2 le donne rettore). Non meno importanti sono gli effetti dell'entrata dei privati nei consigli di amministrazione degli atenei, dove imprenditori potranno di fatto pilotare direttamente i fondi per la ricerca secondo le proprie esigenze, e dell'accorpamento didattico di dipartimenti e intere facoltà: è facile immaginare come questo tipo di provvedimenti possa portare alla censura di alcune innovazioni disciplinari, come l'istituzione di corsi di Studi di genere, che con grande fatica in alcuni atenei si stava cercando di mettere in atto. Conseguenza di tutto questo è la sempre più carente offerta formativa, che pesa soprattutto sulle studentesse.

Volere un'università di massa, laica e pubblica è per noi ancora necessario: l'accesso all'istruzione è un passo indispensabile verso quell'emancipazione che le donne oggi pensano di aver conquistato, ma che invece viene loro rosicchiata di giorno in giorno.  
Non c’è la possibilità di essere libere di scegliere ed emanciparsi in un paese in cui le politiche sociali tendono a relegare la donna in casa e a delegarle tutto il lavoro di cura. Non c'è libertà di scelta quando i tagli previsti per la sanità portano a provvedimenti, come la proposta di legge Tarzia alla Regione Lazio, che mirano a definanziare i servizi pubblici come i consultori, luoghi di prevenzione e informazione sulla salute delle donne.
Non c'è libertà di scelta quando il peggioramento delle condizioni contrattuali e di lavoro ricade su lavoratrici che già vivono una condizione di maggiore oppressione rispetto ai loro colleghi uomini.
In questi giorni è sotto gli occhi di tutt* l'accordo proposto da Marchionne ai lavoratori e alle lavoratrici della FIAT: un attacco ai diritti fondamentali dei lavoratori in nome di una  politica che tende unicamente al profitto dell'azienda; l'offensiva al settore metalmeccanico ricade su una categoria, quella delle operaie, che già subisce forti discriminazioni.
   
La nostra analisi parte da "La voce di 100.000 lavoratori-lavoratrici. Sintesi dei risultati dell'inchiesta nazionale sulla condizione delle metalmeccaniche e dei metalmeccanici in Italia" a cura di Eliana Como, pubblicata nel 2008, promossa dalla FIOM.

L'inchiesta è basata su 96.607 questionari validi, somministrati in circa 4000 imprese metalmeccaniche su tutto il territorio nazionale. Il fatto che il 44,4% delle lavoratrici e dei lavoratori intervistati non appartenga ad alcun sindacato, rafforza la significatività e la rappresentatività dei risultati e scongiura il rischio che questi siano influenzati.

Degli intervistati il 22% sono donne, ricalcando il dato ISTAT 2001 per cui la presenza femminile nel comparto metalmeccanico è pari al 20,5%.
 
Abbiamo letto tutta l'inchiesta in dettaglio e quello che ne è emerso è imbarazzante.

In un comparto in cui già le condizioni di vita e lavoro sono critiche per tutt*, per le lavoratrici diventano ancora peggiori dal punto di vista del salario, della salute, dell’alienazione, della precarietà e delle discriminazioni.

Considerando che l'indagine si riferisce al biennio 2007-2008, non possiamo che pensare che la situazione ad oggi sia ulteriormente peggiorata, visto l’accordo/ricatto che hanno subito e subiranno i/le operai* FIAT nei diversi stabilimenti.

Secondo l'inchiesta il reddito netto medio di un operaio è di 1,246 euro mensili. Tra le donne la media cala (una donna su 3 guadagna meno di 1000 euro al mese): i redditi mensili delle donne risultano più bassi di quelli degli uomini, anche a parità di mansione, qualifica, ore lavorative ed anzianità.
   
La maggior parte delle donne sono operaie (66%) o inserite come impiegate nell'amministrazione. Le persone a capo di settori e reparti sono quasi tutti uomini ed è impossibile trovare un lavoratore uomo che lavori per un capo donna. È così che assistiamo spesso a relazioni sociali che si traducono in intimidazioni, discriminazioni e violenze legate al genere (6,7%), alle preferenze sessuali (5,2%) e all'etnia (1,9%) o alla nazionalità (20%). Nei confronti delle donne quindi, soprattutto se migranti e particolarmente giovani: addirittura il 4,7% dichiara di essere stata vittima di violenze fisiche da parte di colleghi uomini.

Inoltre un operaio su 5 dichiara che l’informazione sulla sicurezza sul lavoro non è adeguata.

È alta tra le donne (47%) la consapevolezza dei danni che il proprio lavoro comporta sulla salute: soprattutto le giovani lavoratrici ritengono che non potranno svolgere la mansione che ricoprono attualmente anche quando avranno 50 anni.

Da un recente studio ISTAT emerge che il 76,2% del lavoro familiare nelle coppie italiane  è a carico delle donne, in questo ambito infatti possiamo "vantare" un primato europeo. L'inchiesta promossa dalla FIOM non fa che rincarare la dose: il 75% delle lavoratrici dichiara di aver dovuto accettare un contratto part-time a causa degli impegni familiari e per il 31% delle donne è previsto un orario lavorativo di 40 ore settimanali particolarmente parcellizzato e stressante (al quale si sommano altre 20 ore di lavoro domestico). È anche più facile che siano le donne ad avere un contratto precario (il 13% rispetto all'8% degli uomini).

In tutti gli ambiti analizzati dall'inchiesta le donne risultano subire ricatti e danni (fisici e materiali) nettamente superiori anche a parità di mansione, ore di lavoro, titolo di studio e anzianità rispetto ai colleghi uomini.

Ecco che su circa un milione di posti di lavoro persi per la crisi economica tra il 2008 e il 2009, le donne rappresentano la maggioranza, nonostante l’impiego delle donne in Italia sia di 10 punti inferiore alla media europea.   

In questa drammatica situazione è importante sottolineare come, sempre secondo i dati ISTAT, molti dei "no" al progetto di Marchionne a Mirafiori, siano stati espressi da donne.
 
Segno questo di consapevolezza e responsabilità delle metalmeccaniche che, di fronte ad un accordo che ne peggiorerà notevolmente le condizioni di lavoro, scelgono di non cedere al ricatto imposto dall’azienda.
   
Saremo a Cassino il 28 gennaio al fianco dei lavoratori e delle lavoratrici doppiamente ricattabili, perché donne.
   
Oggi più che mai sentiamo la necessità di investire in un'unione delle lotte sociali tra studentesse, lavoratrici, precarie, migranti: è evidente la forte necessità di affrontare analisi e discussioni specifiche sulla condizione attuale delle donne; crediamo ci sia bisogno di un ragionamento ampio che vada dalle politiche securitarie, razziste e xenofobe, che vari governi hanno portato avanti in questo paese, alle politiche familiste della destra, agli stereotipi della televisione, alla strumentalizzazione dei nostri corpi.

Continuiamo a subire una duplice oppressione, quella di genere e quella che viviamo come studentesse e lavoratrici, sul luogo di lavoro, all'università o negli altri luoghi sociali in cui viviamo. Pensiamo quindi che proprio a partire da questi luoghi le donne devono riunirsi e autorganizzarsi, prendere coscienza della loro condizione e poi reagire, autodeterminandosi, radicalizzando e rafforzando così ogni forma di lotta.  

Ma una vittoria parziale è insufficiente: solo unendo le lotte si può rispondere alla rabbia che proviamo e che abbiamo portato in piazza, noi per prime, studentesse e donne in rivolta.

   
    PER QUESTO IL 28 GENNAIO TUTT* A CASSINO!

   
    LeMalefiche - Collettivo di studentesse dell'Università "Sapienza" di Roma

lunedì 6 dicembre 2010

MOBILITIAMOCI TUTTE

La Regione Lazio sta discutendo in questi mesi una proposta di legge, ad opera della consigliera Olimpia Tarzia, che porterà al definito smantellamento dei consultori pubblici, in molti casi uniche strutture che garantiscono assistenza medica e psicologica a titolo completamente gratuito , per moltissime donne, studentesse, migranti e famiglie.

Questa proposta di legge interviene su diversi livelli, attaccando in maniera gravissima i diritti e l’autodeterminazione delle donne:  se da una lato propone un’equiparazione tra consultori pubblici e privati, proponendo il merito della struttura, come criterio a cui subordinare l’erogazione di finanziamenti pubblici, dall’altro riconosce“ la dimensione sociale della famiglia, fondata sul matrimonio…votata al servizio della vita”, orientando l’erogazione dei servizi del consultorio non più alla donna e al sostegno alla sua autodeterminazione, ma alla famiglia eteronormata e patriarcale, come nucleo unico e fondante della società.

Come collettivo di studentesse della Sapienza, Le Malefiche, portiamo avanti da un anno una campagna per la creazione di un consultorio universitario, diretto ai bisogni delle studentesse, non solo come ambulatorio ginecologico, ma anche come luogo di aggregazione e riflessione comune, di autorganizzazione e autodeterminazione di tutte le studentesse, che vivono ogni giorno la nostra università.

Ovviamente non possiamo che essere in prima fila nel percorso cittadino che riunisce collettivi di donne, associazioni, centri antiviolenza, sindacati che sta lottando non solo perché la proposta di legge Tarzia non venga approvata, ma anche perché i consultori pubblici vengano finanziati, potenziati e sostenuti come luogo per la salute e l’autodeterminazione di tutte le donne.

RIPRENDIAMOCI I CONSULTORI E L’UNIVERSITA’.. RIPRENDIAMOCI TUTTO!!

VENERDì 10-12 Facoltà di Fisica, la sapienza

ore 13.30 PRANZO SOCIALE

ore 15 ASSEMBLEA DELLE STUDENTESSE: libere di scegliere, pronte a reagire!!