mercoledì 28 dicembre 2011

"nessuna donna può essere proprietà oppure ostaggio di un uomo, di uno Stato, nè, tantomento, di una religione."

"Queste righe sono per quelle donne che non hanno ancora smesso di lottare. Per chi crede che c’è ancora altro da cambiare, che le conquiste non siano ancora sufficienti, ma le dedico soprattutto a chi NON ci crede. A quelle che si sono arrese e a quelle convinte di potersi accontentare.

A coloro i quali pensano ancora che il "femminismo" sia l’estremo opposto del "maschilismo": non risulta da nessuna parte che quest’ultimo sia mai stato un movimento culturale, nè, tantomeno, una forma di emancipazione! 

Cominciando con le battaglie inglesi delle suffragette del primo Novecento e passando per gli anni ’60 e ’70, epoca dei "femminismi", abbiamo conquistato con le unghie e con i denti molti diritti civili che ci hanno permesso di passare da una condizionedi eterne "minorenni" sotto "tutela" a una forma di autodeterminazione sempre più definita. Abbiamo ottenuto di votare e, solo molto dopo, di avere alcune rappresentanze nelle cariche governative; siamo state tutelate dapprima come "lavoratrici madri" e, solo dopo, riconosciute come cittadini. E mentre gli altri parlavano di diritto alla vita, di "lavori morali" e di dentalità, abbiamo invocato il diritto a decidere della nostra sessualità dei nostri corpi.

Abbiamo denunciato qualsiasi forma di "patriarcato", le sue leggi, le sue immagini. Pensavamo di aver finito. Ma non è finita qui.

Abbiamo grandi debiti con le donne che ci hanno preceduto.
Il corpo delle donne, ad esempio, in quanto materno, è ancora alieni iuris per tutte le questioni cosiddette bioetiche (vedi ultimo referendum), che vorrebbero normarlo sulla base di una pretesa fondata sulla contrapposizione tra creatrice e creatura, come se fosse possibile garantire un ordine sensato alla generazione umana prescindendo dal desiderio materno. Di questa mostruosità giuridica sono poi antecedenti arcaici la trasmissione obbligatoria del cognome paterno, la perdurante violabilità del corpo femminile nell’immaginario e nella pratica sociale di molti uomini e, infine, quella cosa apparentemente ineffabile che è la lingua con cui parliamo, quel tradimento linguistico che ogni donna registra tutte le volte che cento donne e un ragazzo sono, per esempio, andati al mare. Tutto, molto spesso, inizia nell’educazione giovanile in cui è facile rilevare la disuguaglianza tra bambino e bambina: diversi i giochi, la partecipazione ai lavori casalinghi, le ore permesse fuori casa. Tutto viene fatto per condizionare le ragazze all’interno e i ragazzi all’esterno.

Pensiamo poi ai problemi sul lavoro e, dunque, ai datori che temono le assenze, i congedi per maternità, le malattie di figli e congiunti vari, cosicchè le donne spesso scelgono un impiego a tempo parziale, penalizzando la propria carriera.

Un altro problema, spesso dimenticato, è quello delle violenze (specie in famiglia). Malgrado i risultati ottenuti, ancora nel 2005, una donna violentata "avrà avuto le sue colpe", "se l’è cercata" oppure non può appellarsi a nessun diritto perchè legata da vincolo matrimoniale al suo carnefice. Inoltre, la società fa passare pubblicità sessiste o che incitano allo stupro; pornografie e immagini che banalizzano le violenze alle donne.

Per non parlare di quanto il patriarcato resti ancora profondamente radicato nella sfera pubblica, nella forma stessa dello Stato.

Uno Stato si racconta attraverso le sue leggi, attraverso i suoi luoghi simbolici e di potere. Il nostro Stato racconta quasi di soli uomini e non racconta dunque la verità. Da nessuna parte viene nominata la presenza femminile come necessaria e questo, probabilmente, è l’effetto di una falsa buona idea: le donne e gli uomini sono uguali, per cui è perfettamente indifferente che a governare sia un uomo o una donna. Ecco il perchè di un’eclatante assenza delle donne nei luoghi di potere.

Ci siamo fatte imbrogliare ancora. Ma può un paese di libere donne e uomini liberi essere governato e giudicato da soli uomini? La risposta è NO.
Donne e uomini sono diversi per biologia, per storia e per esperienza.

Dobbiamo, quindi, trovare il modo di pensare a un’uguaglianza carica delle differenze dei corpi, delle culture, ma che uguaglianza sia, tenendo presente l’orizzonte dei diritti universali e valorizzandone l’altra faccia. Ricordando, ad esempio, che la famiglia non ha alcuna forza endogena e che è retta dal desiderio femminile, dal grande sforzo delle donne di organizzarla e mantenerla in vita attraverso una rete di relazioni parentali, mercenarie, amicali ancora quasi del tutto femminili; ricordando che l’autodeterminazione della sessualità e della maternità sono OVUNQUE le UNICHE vie idonee alla tutela delle relazioni familiari di fatto o di diritto che siano; ricordando che le donne sono ovviamente persone di sesso femminile prima ancora di essere mogli, madri, sorelle e quindi, che nessuna donna può essere proprietà oppure ostaggio di un uomo, di uno Stato, nè, tantomento, di una religione."

Sen (Stefania Noce)


Stefania era una studentessa della Facoltà di Lettere e Filosofia di Catania, attivista nel movimento studentesco e femminista. E' stata accoltellata dall'ex fidanzato nella propria casa.
Quest'anno, in Italia, più di 130 donne sono state uccise e molte altre hanno subito violenze. Il sistema patriarcale nel quale viviamo "giustifica" simili atti attribuendoli alla follia umana.
NESSUNA GIUSTIFICAZIONE PER LA VIOLENZA SULLE DONNE!

venerdì 25 novembre 2011

L’AUSTERITY E’ VIOLENZA SUL CORPO DELLE DONNE

Il 25 novembre è la giornata internazionale contro la violenza sulle donne.

Nel nostro paese e in tutto il mondo la violenza contro le donne è all’ordine del giorno: stupri, violenze domestiche, assassinii. Questa condizione è acuita dentro il contesto di crisi.

Abbiamo deciso di aderire all’appelloOccupypatriarchy, una chiamata che nasce all’interno dello spazio pubblico aperto negli ultimi mesi dal movimento Occupy Wall Street. WE ARE THE 99%, slogan delle mobilitazioni statunitensi, non sta a indicare uno spazio liscio ed omogeneo, ma al contrario trae la sua forza dalle differenti striature di colore, genere e condizione che lo fanno vivere.

Le donne con il loro lavoro suppliscono alla crisi economica e a quella politica. Un recente rapporto Istat mostra come il “nuovo sistema di Welfare” abbia a che vedere direttamente con il lavoro femminile non retribuito: come siano, cioè, le nonne a sostituire gli asili nido, le figlie a sostenere il peso dei genitori anziani, le madri ad occuparsi dei figli, e come, in altre parole, il taglio ai fondi per i servizi sociali significhi il trasferimento di compiti e fatica sulle donne.

La violenza sulle donne è frutto di un sistema fondato sulla sopraffazione maschile. In tempi di austerity la parità tra i sessi sembra diventare un di “bene di lusso”. Quando i governi propongono politiche di conciliazione vita-lavoro legittimano, di fatto, il principio per cui una donna deve svolgere più lavori contemporaneamente: precari e senza garanzie nel mercato del lavoro “ufficiale”, senza retribuzione e diritti nella sfera privata. Questa è violenza travestita da austerity!

La crisi attacca ogni possibilità di autodeterminazione, mettendo in discussione la libertà di scelta. Ed è proprio su questa che è stato sferrato l’attacco: l’intento della Proposta di Legge Tarzia è quello di cancellare l’esperienza dei consultori, intesi come strutture sanitarie laiche, adibite alla tutela della salute della donna. Mettendo direttamente in discussione la legge 194 sull’aborto, i consultori vengono proposti come centri per la tutela del concepito e della famiglia, togliendo di fatto qualsiasi centralità all’autonomia delle donne e consentendo l’accesso a figure non qualificate del mondo cattolico.  Il “caso Lazio” è in questo senso emblematico e si configura come laboratorio per legittimare lo smantellamento del Welfare su scala complessiva. Quello dei consultori è, tra gli altri, un terreno di conflitto sul quale bisogna insistere, soprattutto con il governo Monti, in odor di sacrestia, per difendere il diritto alla salute e all’autodeterminazione della donna.

 
Occupyamo spazi per reinventare la democrazia!  I nostri corpi non sono titoli di Stato!
LA VITA SIAMO NOI!

 #OccupyPatriarchy Roma

lunedì 21 novembre 2011

LAVORO..tra SESSO e GENERE

Il VIOLA è il colore dello spirito: rappresenta il valore medio tra terra e cielo, tra passione e intelligenza, tra amore e saggezza.

È il colore della volontà di essere diversi/e, della METAMORFOSI, della transizione, ma anche della fascinazione erotica e della voglia di esprimersi. Un colore che esprime un'energia pura, atavica: una forza legata alla vitalità del rosso e all'intimo accoglimento dell'azzurro.

E' forse per questo che ne siamo così irrimediabilmente attratte: noi, donne in una TRANSIZIONE REVERSIBILE. Perché sentiamo così forte l'urgenza di raccontare le nostre vite da equilibriste, di esprimerci sui nostri desideri, di interrogarci sui cambiamenti che ci condizionano e su quelle forme di resistenza ai mutamenti che ci soffocano.

Questo mondo femminile, con i suoi difficili processi di mutazione, ci mette di fronte a una realtà complicata da rappresentare. Operaie e insegnanti, impiegate e ricercatrici, sex workers, colf e lavoratrici dello spettacolo, sono oggi parte del lavoro subalterno di nome o di fatto.

Eppure, talvolta, queste vite appese a un filo, queste voci invisibili vengono a galla per costringerci a prendere parola.

Il fenomeno nascosto del lavoro di riproduzione. Il lavoro non retribuito e non riconosciuto delle donne. Il lavoro sessuale e il lavoro di cura. Il lavoro femminilizzato e il lavoro conciliato.

Il lavoro flessibile o a tempo parziale reversibile, il lavoro a domicilio e il telelavoro, il lavoro gratuito, il lavoro obbligato oppure negato.

In questa giungla di ricatti e offerte al ribasso, noi ci prendiamo del tempo per parlarne. Quattro appuntamenti per riflettere e per prendere parola: perché vogliamo essere presenti e decidere delle nostre vite!


24/11 we want sex Nigel Cole, 2010
30/11 Raunch Girl G.De Stefano - L. Rongoni, 2011
06/12 nel lavoro di sandra G. De Stefano, 2006
15/12 voci di Donne native e migranti Rossella Piccinno, 2008

mercoledì 16 novembre 2011

Verso il 17 Novembre

Il 17 novembre da anni è la giornata internazionale dei/delle student*, è divenuta con il tempo una giornata commemorativa ma da diversi anni qualcosa è cambiato anche nel significato di questa giornata.

Siamo in un periodo di crisi economica che non accenna a regredire, sull’italia come su molti altri paesi europei pende un debito che aumenta di giorno in giorno. Questo debito ci dicono che debba essere pagato con i nostri soldi, con le nostre vite. Alla luce dei risvolti politici attuali ci troviamo davanti ad un nuova cricca politica che questa volta non abbiamo neanche votato. Il governo Monti che si insedierà nei palazzi del potere proprio giovedì  non sarà molto diverso dal governo precedente: le politiche di austerity saranno incrementate e ci continueranno a dire che va stretta la cinghia, cinghia che per noi ormai non ha più buchi. Non ha più buchi soprattutto per le donne.

Siamo noi ad essere  in credito nei loro confornti, siamo noi che più di tutti stiamo pagando questa crisi che non abbiamo generato. Le misure prese negli ultimi anni hanno reso le nostre esistenze sempre più precarie a partire dallo smantellamento dell’università, dall’aumento dell’età pensionabile, dal rafforzarsi di contratti sempre più flessibili in nome di una “libertà” e uguaglianza per le donne che punta al ribasso e di quella conciliazione tra lavoro e vita privata che ci vede doppiamente impegnate e drasticamente meno retribuite. Siamo sempre noi che sopperiamo ad un welfare state inesistente, diventando così quell’ammortizzatore sociale che lo stato non garantisce. Produciamo il 50% del PIL mondiale ma deteniamo solo l’1% delle ricchezze mondiali. Tutto quello che con le lotte negli anni abbiamo conquistato ce lo stanno portando via, per pagare un debito che non abbiamo generato.

Per questo scenderemo in piazza il 17, per dire basta a questa falsa emancipazione, per rivendicare autodeterminazione e diritti reali.

LA CRISI NON E’ NEUTRA PERCHE’ IL PROGETTO DI PRECARIETA’ E’ DA SEMPRE SCRITTO SUI NOSTRI CORPI. RIPRENDIAMOCI LE NOSTRE VITE!

lunedì 3 ottobre 2011

Le Donne Non Pagheranno Il Loro Debito!

Nell'ultimo anno abbiamo assistito ad un ulteriore acuirsi della crisi economica e finanziaria in tutta Europa che ha portato ad esplosioni di rabbia sociale e rivolte come nel bacino del Mediterraneo.

In Grecia le riforme da macelleria sociale hanno finito di distruggere un welfare che già era in via di estinzione da anni, senza riuscire però a riportare il paese agli standard dell'Unione Europea.

In Inghilterra si è assistito all'esplosione di una rabbia sociale incontenibile, che si è manifestata nella devastazione dei luoghi del capitalismo e nel saccheggio dei prodotti creati per la così detta middle class. Oggi più un'utopia che una realtà!

Nel Medio Oriente le e i giovani hanno animato un movimento inarrestabile, che si batteva per i beni di prima necessità, contro una casta politico economica e delle istituzioni vecchie e repressive che non erano in grado di rappresentare i loro bisogni, e riuscendo alla fine a ribaltare regimi che dominavano in quei paesi da decenni.

Lo spauracchio del debito è diventato l'arma di ricatto con cui la Banca Centrale Europea costringe Grecia, Spagna, Portogallo, Irlanda e Italia in primis, e tutti i governi dell'Euro Zone poi, ad approvare manovre finanziarie di tagli e sangue, al fine di garantire una presunta stabilità economica di questi paesi, ripagando in questo modo i debiti pubblici contratti in vent'anni.

Ancora una volta studenti/esse,lavoratori, donne, migranti, anziani sono costretti e costrette a stringere una cinghia che non ha più buchi, mentre banchieri, governi, industriali e multinazionali allargano le loro a dismisura.
   
L'anno politico in Italia è iniziato con l'approvazione di una manovra finanziaria da 54 milioni che taglia ulteriori fondi a regioni e comuni, impedendo loro di garantire servizi essenziali come i trasporti e la sanità; aumenta l'età pensionabile per le donne del settore privato a 65 anni, in nome di una parità tra i due sessi che punta al ribasso; continua a smantellare i diritti dei/delle lavoratori/lavoratrici; aumenta l'IVA di un punto percentuale, provocando un ulteriore aumento dei prezzi dei beni di prima necessità. Se si chiudono gli occhi e si torna un po' indietro con il pensiero, sembra di essere nella Grecia del 2008, con l'Europa che preme per l'approvazione della manovra e il governo che ignora e soffoca ogni forma di dissenso.
   
Ma cosa comporta per una donna questa manovra finanziaria?

Lo smantellamento dei servizi pubblici come i consultori, gli asili nido, il tempo pieno a scuola, cancellerà tutto quello che le donne hanno conquistato con le battaglie degli anni 70: il diritto alla salute, alla gestione del proprio corpo e ad una sessualità consapevole; la possibilità di uscire di casa e dal ruolo secolare di mogli e madri; l'indipendenza economica, messa a dura prova dalla dialettica della conciliazione tra lavoro e vita familiare, che comporta part-time e contratti flessibili sempre più precari, rendendo impossibili scatti di carriera.

Ecco come il capitalismo tenta di uscire dalla crisi: rafforzando i suoi capisaldi e fra questi il ruolo della donna come ammortizzatore sociale. Le donne tornano dunque ad essere prigioniere delle proprie case: le mogli sopperiscono ad un welfare state inesistente, occupandosi di figli e anziani; le giovani tornano a vedere il progetto di uscire di casa, iscriversi all'università come un'utopia, in assenza di garanzie come case dello studente, mense, borse di studio, trasporti e libri gratuiti. L'università non sembra neanche più un traguardo così importante, dal momento che sono sempre meno le studentesse laureate che trovano occupazione nel loro settore di studio - tra i giovani tra i 30 e i 34 anni nel 2011 tra le donne sono il 24,2% rispetto al 15,5% degli uomini a fronte del 40% delle laureate che ha un lavoro che richiede una qualifica più bassa del suo livello di istruzione - , mentre si fa strada l'idea che sia più facile e remunerativo un concorso di bellezza, un reality o il mondo della moda. Non vengono più richieste competenza e preparazione, ma quello che sembrano dirci giornali e televisioni è che basta essere carine, sorridenti, disponibili per fare carriera. D'altronde queste qualità sono il requisito essenziale per una donna in qualsiasi settore lavorativo.

In Italia, così come in tutta Europa, le politiche finanziarie hanno colpito indiscriminatamente i diritti dei cittadini e soprattutto delle cittadine, rispondendo ad un disegno economico comune dettato dall’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO), che stabilisce le regole del commercio internazionale.

Per questo è necessario mobilitarci tutte e tutti nella giornata europea del 15 Ottobre, aderendo all’appello lanciato dagli Indignados spagnoli, contro quelle politiche di austerity che siamo stanche di subire. A maggior ragione in quanto donne: non possiamo permettere un ulteriore indietreggiamento culturale, che ci tolga quegli spazi di autodeterminazione che ci siamo conquistate con la lotta, sacrificandoli in nome di una ripresa economiche che non sarà la nostra.

   
    TUTTE/I in PIAZZA il 15 OTTOBRE @P.zza della Repubblica h 14:00

   

Editoriale a cura del Collettivo di studentesse Le Malefiche

domenica 25 settembre 2011

LE DONNE CONTESTANO IL CONSIGLIERE REGIONALE OLIMPIA TARZIA

Oggi sabato 24 settembre studentesse, donne, precarie e migranti hanno contestato la presenza dell'On. Olimpia Tarzia a Piazza Navona, Roma, presso la Festa degli Editori Romani.
   
La consigliera, nota anti-abortista e autrice di una legge per la privatizzazione dei consultori, ha presentato il volume "L'aborto e i suoi retroscena" di Alessia Affinito e Virginia Lalli.
   
Le manifestanti, giunte sul luogo della presentazione, hanno contestato l'On. Tarzia ricordandole le oltre 100 mila firme raccolte in questi mesi con l'obiettivo di far ritirare la proposta di Legge Tarzia.
   
Al termine della contestazione, le manifestanti hanno sfilato in corteo per comunicare le ragioni della protesta.
   
L'Assemblea permanente contro la prosta di Legge Tarzia da più di un anno si batte contro l'approvazione di questo infelice decreto legislativo che contribuisce a smantellare la sanità pubblica e a mettere seriamente in discussione la possibilità per le donne di scegliere per sé e di autodeterminarsi.
   
 

Assemblea permanente contro la proposta di Legge Tarzia.
Roma, 24 settembre 2011

sabato 28 maggio 2011

Notte Bianca Dei Desideri!!!

1 GIUGNO, CITTà UNIVERSITARIA, PIAZZALE ALDO MORO!!

Accadde una notte d'inverno di qualche anno fa, e la chiamammo Notte Bianca. Quest'anno inaugura l'estate. In una giornata d’inizio giugno l'università spalanca le porte a una lunga notte di sperimentazione culturale, di condivisione e di partecipazione. Torna l'estate, un'invincibile estate sotto il cielo che sovrasta la Sapienza. Desideri, movimento, difesa dei beni comuni, la nostra notte bianca parla di questo. Un anno incessante di lotte ha animato non solo l’università ma anche l'intera città di Roma, che oggi vive di nuove relazioni, prospettive e progetti comuni: la Notte Bianca è uno di questi, una sperimentazione che parte dalle realtà e dai collettivi di studenti che quotidianamente vivono ed animano l’università e le lotte che in questi anni l’hanno attraversata.

La Notte Bianca è un progetto che ormai da anni si confronta e cerca di sviluppare un discorso concreto e qualificante sul tema della produzione culturale indipendente; è un esperimento che nasce dell'esigenza di trasformare e accrescere le molteplici possibilità che l'università offre come luogo sociale e di produzione artistica.

Il tema della produzione culturale è ormai percepito dalle dirigenze accademiche della Sapienza, sempre più come un'eccedenza da tagliare, un costo inutile da limitare. L'università italiana si è caratterizzata in questi ultimi anni come un luogo nel quale la socialità, che porta a nuove sperimentazioni culturali, viene classificata come un tema avverso ed esterno alla quotidianità accademica, fatta di lezioni continue ed esami. Questa è la logica che ci vorrebbero imporre, e questa è la logica che noi studenti tutti i giorni cerchiamo di capovolgere, con iniziative autogestite e indipendenti che quotidianamente si moltiplicano nelle facoltà, con i seminari e con le attività ludiche che creiamo collettivamente.

Proprio in questo senso la “Notte bianca” è una sperimentazione che irrompe sulla scena culturale non soltanto universitaria, ma anche cittadina, e colma il vuoto e la desertificazione a cui l'università va incontro. Ogni anno migliaia di persone sono attratte da questa giornata, decine di artisti della scena culturale indipendente romana e non solo contribuiscono e collaborano alla manifestazione. E' un progetto totalmente autofinanziato che prende corpo dall'intreccio di esperienze di lotta e di autogestione. La qualità delle performance, dei dibattiti, delle proiezioni e dei concerti che si moltiplicano nei giardini e nelle facoltà della città universitaria sono inoltre manifestazioni culturali di gran lunga più qualificanti dei progetti che l'Università La Sapienza promuove ogni anno, con dei finanziamenti indubbiamente elevati e che spesso risultano di scadente qualità, scarsa attrattiva e per un pubblico ristretto.

Quest'anno la giornata prende il nome di “Notte Bianca dei desideri”, perchè sono stati questi che hanno spinto le nostre proteste in difesa della conoscenza a intrecciarsi con quelle degli operai di Pomigliano e Mirafiori, a legare il nostro “no” alla guerra in Libia ai nostri “si” al referendum su acqua e nucleare. Il movimento studentesco quest’anno è riuscito ad allargare il consenso tra la gente, contrapponendo alle zone rosse e alla militarizzazione delle città la sfiducia dal basso al governo e la riconquista di spazi e strade. La risposta è stata un restringimento sempre più forte del dissenso e un pesante tentativo di reprimere e delegittimare il movimento, attraverso numerose denunce e arresti. Ma se alle zone rosse abbiamo contrapposto la riconquista degli spazi, allo smantellamento dei luoghi di formazione contrapponiamo ancora una volta la libera condivisione del sapere. Per questo i ricavati delle sottoscrizioni finanzieranno le spese legali, che garantiscono la difesa degli studenti denunciati.

Stiamo ancora costruendo dei processi di democrazia dal basso in difesa dei beni comuni, contro le privatizzazioni e la precarietà, che rappresentano oggi una delle sfide più importanti dei movimenti di opposizione sociale. Per questo all’interno della notte bianca troveranno spazio il comitato per l’acqua pubblica e contro il nucleare, perché la sfida dei referendum è una battaglia che il 13 e il 14 giugno deve essere vinta.

I desideri sono il filo conduttore di questa notte bianca. Per questo vogliamo contribuire e sostenere pienamente il percorso verso l’EuroPride dell’ 11 giugno, una giornata contro il muro nero dell’indifferenza e della discriminazione. Percorso in cui lesbiche, gay, trans, queer, intersessuali, bisex e eterosessuali saranno assieme protagonisti nel rivendicare il desiderio di vivere in modi differenti la politica, la socialità e la sessualità.

Perché amare liberamente vuol dire autodeterminarsi, scegliere il proprio futuro e lottare per riprenderselo. Ancora una notte bianca sotto il fitto blu del cielo della Sapienza, ancora una volta apriremo gli spazi universitari alla città, in questa notte inizieremo una nuova estate.